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Stop con le azioni, pensiamo ai clienti

 

L’attuale modello economico occidentale sta vivendo uno dei momenti di crisi più tragici della sua storia. Che il modello sia malato è stato da tempo ribadito e assodato, anche da coloro che inizialmente l’hanno sostenuto e ne hanno largamente beneficiato. Eppure l’inversione di tendenza tarda ad arrivare, nonostante uno stato delle cose chiarissimo e l’opinione di autorevoli economisti e manager.

Roger L. Martin preside della Rotman School of Management presso l’Università di Toronto, è uno di questi, e nel suo nuovo libro Fixing the Game utilizza un linguaggio metaforico per dare voce e sostanza ad una considerazione che risale al 1999 ed è stata attribuita a Jack Welch, celebre amministratore delegato della General Electric, un manager in grado di portare la sua azienda da 12 miliardi di dollari di fatturato ad oltre 360.

Massimizzare il valore delle azioni è l’idea più stupida del mondo“.

Oggi esiste una scollatura tra l’economia reale (per semplificare quella delle fabbriche e degli uffici in cui vengono progettati e realizzati prodotti, le merci e i servizi sono venduti e comprati e alla fine ai ricavi si sottraggono le spese per determinare l’esatta quantità di dollari di profitto realizzati) e il cosiddetto “mercato delle aspettative”, l’economia finanziaria.

Sul mercato azionario si negoziano titoli di società tra gli investitori e la valutazione non è quasi mai legata ad elementi reali ed ancora più raramente si valuta quello che ci si aspetta che una data azienda diventi domani sulla base di quello che sono oggi. Secondo Martin questa frattura ha una precisa data d’inizio, il 1976. I professori Michael Jensen e William Dean Meckling della University of Rochester pubblicarono un documento apparentemente innocuo sul Journal of Financial Economics dal titolo “Theory of the Firm: Managerial Behavior, Agency Costs and Ownership Structure“.

Utilizzarono uno fra i più vecchi trucchi accademici: creare un problema per poi proporre una soluzione allo stesso senza badare al paradosso che il problema sia stato creato all’origine dall’articolo stesso. Il loro saggio sosteneva che a beneficiare della prosperità di una società fossero principalmente i suoi azionisti mentre i manager venissero assunti per lavorare per conto d’altri rimanendo dei meri agenti con l’inevitabile effetto di demotivarli. Tra il 1960 e il 1980 la proporzione fra il compenso degli amministratori delegati delle 365 società quotate più rilevanti e il fatturato della loro azienda aveva fatto registrare un calo del 33%.

Gli amministratori di un’impresa, per evitare effetti controproducenti, avrebbero dovuto divenire per ciò anche azionisti e ricevere una serie di corposi benefit in modo da produrre l’effetto di incentivare questi mandatari ad ottimizzare le attività e le risorse per se stessi più che per i loro capi. Jensen e Meckling hanno ignorato l’intuizione avuta da Peter Drucker nel 1973: l’unico obiettivo valido per un’impresa è quello di creare un cliente, non di massimizzare il ricavo per gli azionisti.

Questa cattiva idea ha preso rapidamente piede, come tutte le cattive idee che fruttano un sacco di soldi ad alcune persone. L’effetto distorsivo sul mercato è stato fortissimo: dal 1980 al 2010 il compenso dei CEO delle aziende quotate più importanti è cresciuto del 600% al punto da perdere qualsiasi collegamento con il fatturato delle aziende che amministrano.

Contemporaneamente sono diminuiti i rendimenti annuali reali delle attività e dei capitali investiti che secondo uno studio recente sono un quarto di ciò che erano nel 1965. Con il senno di poi è stata una scelta completamente sbagliata imbottire di tutto questo valore le azioni, incentivando l’organizzazione a breve termine e disincentivando politiche economiche virtuose, che creino lavoro e migliorino le condizioni di vita della società.

Alcuni esempi positivi esistono, Martin ne fa alcuni come la Apple e la Johnson & Johnson, ma sostiene sia necessario fare modifiche legislative che aiutino a mettere di nuovo al centro il cliente e non il valore azionario.

Il capitalismo americano è in bilico, scrive Martin, anche perché è molto difficile far ragionare uomini che sono pagati per non farlo, ma il cambiamento, sostiene lui, arriverà comunque e non perché eticamente giusto, ma perché rende più soldi.

VIA finanzablog.it

 
 
 

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