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E se l’attenzione si spostasse in Giappone?

 

Finché la speculazione si accanirà sull’Europa, con l’obiettivo di indebolire e magari distruggere la costruzione, ancora fragile e incompiuta, dell’euro nessuno ci farà caso; ma al di là della Grecia e della Spagna, del Portogallo e dell’Italia, ci sono altri paesi con un debito pubblico monstre, che però fino a questo momento sono rimasti immuni al contagio e all’ondata di panico che ha travolto i mercati.Se la Grecia ha un debito pubblico pari al 139% del Pil, l’Italia al 119 e gli Stati Uniti al 99% – con in più un deficit altissimo, sommato al deficit delle partite correnti – c’è un paese che vanta un debito pubblico che secondo il Fondo monetario internazionale nel 2011 ha raggiunto il 234% del Prodotto interno lordo: è il Giappone, come molti già sapranno.

The Motley Fool si chiede chi sarà il prossimo a fare default e in qualche modo lascia intendere che potrebbe essere proprio il paese del Sol Levante, che ormai da un paio di decenni è in crisi cronica, afflitto da stagnazione e inflazione. In realtà le cose non stanno così e il rischio di un default vero e proprio è praticamente da escludere; le prospettive di Tokyo, però, sono tutt’altro che buone.

Finora il Giappone non è stato praticamente lambito dalla crisi: i tassi di interesse richiesti dal mercato per finanziare il suo debito sono tra i più bassi del mondo, dal momento che un bond a 10 anni rende solo l’1,1%. Praticamente Tokyo si finanzia gratis.

Questo è stato possibile finora perché il 95% del debito pubblico è in mano agli stessi giapponesi, che ovviamente non denunceranno mai il defualt del loro stesso paese e che si accontentano di rendimenti così bassi per un misto di orgoglio nazionalista e interesse. In Italia circa metà del debito pubblico è degli italiani e in Grecia solo il 29%.

Investendo i loro risparmi in Borsa, infatti, i giapponese otterrebbero molto meno e anzi rischierebbero di perdere parte del loro capitale. l’indice Nikkei è in calo ormai da oltre dieci anni e dalla metà degli anni Novanta ha perso oltre metà del proprio valore. Invece i titoli di stato sono un rifugio sicuro per un popolo storicamente risparmiatore e poco incline al rischio. Ma le cose potrebbero cambiare in poco tempo.

In meno di trent’anni l’attitudine al risparmio è diminuita vistosamente: dal 10% del reddito nel 1981 a meno del 3% nel 2009. È una conseguenza della crisi economica e della minore quantità di reddito disponibile. Col passare degli anni i risparmi sono sempre meno e quando saranno intaccati i capitali messi da parte ci sarà meno liquidità da investire per finanziare un debito pubblico di dimensioni così importanti.

Per di più la dinamica demografica del Giappone è preoccupante: la popolazione invecchia e il tasso di natalità è bassissimi. Un quadro del genere nel medio periodo significa meno cittadini attivi, meno stipendi e dunque meno redditi. Chi non produce e non guadagna non può risparmiare e neppure finanziare il debito pubblico. Non parliamo poi dell’instabilità politica, con cambi di governo da fare invidia ai bei tempi dell’Italia anni Ottanta.

Se il Giappone cominciasse ad avere difficoltà nel finanziarsi, ovviamente non arriverebbe al default. Poiché è uno stato sovrano e ha la propria valuta, di cui ha pieno controllo al contrario della Grecia e dell’Italia, potrebbe sempre stampare nuova carta moneta e pagare così i debiti: la conseguenza sarebbe una terribile inflazione, ma intanto la bancarotta sarebbe evitata. Una bella svalutazione, poi, aiuterebbe a rimettere le cose a posto.

Il problema comunque dal punto di vista finanziario colpirebbe in particolare il settore bancario: i titoli che verrebbero coinvolti da un possibile deterioramento del debito sovrano giapponese sarebbero le banche asiatiche che possiedono buona parte dei titoli di stato. Attenzione quindi a Mizuho Financial Group, Mitsubishi UFJ Financial Group e Sumitomo Mitsui Financial Group.

VIA finanzablog.it

 
 
 

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